Diario della morte italiana

Diario della morte italiana

martedì 9 maggio 2023

 

 

 

 

 

Tele tessute di luce, aria, acqua e gli altri elementi...

Come da tanti ragni invisibili noi cresciamo;

elementi noti ma non notati, e altri ignoti, studiati

finché poi diventiamo questa massa di scienziati

nota, ma non la notiamo, la macchina in nostra mano:

e corre, frulla, lava, uccide con joystick, crea dementi...

 

Mircea Eliade ha già detto tutto: ierofanie e ierofanie...

Oh, dovremmo studiare certi testi di grande impegno

prima di portarci su Marte come portiamo la guerra;

conoscere tutte le Religioni, la Storia, la Poesia...

ogni uomo dovrebbe, e l'astronauta che sia degno

di portare l'occhio nostro dovrebbe conoscere la Terra.

 

Il confine della conoscenza vera e imperfettibile

è sapere come fa la linfa a risalire l'albero, l'anima

ad avvolgere il corpo, il corpo che in apnea muta,

e la mutazione di un bruco conoscere, l'inosservabile

realtà del mondo terrestre che la Scienza non disamina,

e dunque tutta la stupidità che è nell'intelligenza data.

 

Ma giovani fisici che puzzano di vecchi Nobel esultano:

transcranici, doppleriani, "fotoni osservatori" e Quanti; *

e come bambini lasciano cadere i vecchi cubi di legno

e tastoni, entusiasti, mani osservate mentre toccano,

bocconi, un po' tristi, dicono: "sperimentatori brillanti **

sono gli uomini fin da piccoli", e spacciano per ingegno

 

quelle curiosità puerili, quelle occhiate stupefatte,

perfino gli sbadigli; eppure sbadigliano anche i gatti ***

e non di meno i conigli, e tutti fummo animaletti

e sarebbe stato migliore l'Universomondo se tutti

fossimo rimasti scientificamente arretrati, capretti

bianchi e tremanti caduti in una vasca di bianco latte.    

 

Ma i piccoli quadrumeni crescono e siamo scienziati

pronti a imparare la tecnica, ma non la parola nuova,

né la nostra lingua antica... - ma credo che da "transcranici"

alla parola "quadrumeni" niente hanno capito i lettori

di questa poesia, delle parole che uso, pur reali; uova

di Colombo, diciamo, che ho rotto per gli "a-semantici"

 

per i catecumeni o coglioni iniziati alla Triste Scienza, ****

per nessun filosofo che seppe di questa veder gli effetti;

essa moderna silenziosa apocalisse in cui gioco, allora,

a far cadere parole-uova dalle mani per provar prestanza

dei cervelli stronzi, come Galileo con i suoi preti inetti,

coglioni o catecumeni iniziati alla Triste Fede inquisitoria.

   

Così logorati dai Mengele a capo dei mediatici palinsesti

voi cercate ma non trovate più i natii cervelletti vostri

così sbranati dalla "vituccia quotidiana" (Majakovskij);

e giocate con cubi di merda lasciata cadere dai preposti

per imbeccarvi ad aver fede nella miseria, e baciate rostri

d'arpie che porgon solo quella, mai Nutrimenti terrestri. *****


 

 

 

 

 

* Mi riferisco agli ultimi studi di fisica pubblicati. L'effetto Doppler, gli esami transcranici per osservare i pensieri; i "fotoni osservatori" è una frase tratta dalla spiegazione della teoria quantistica.

** Altra citazione da un articolo di fisica.  

*** Nomino gli sbadigli perché la scienza sostiene dipendano dai cosiddetti neuroni-specchio. 

**** Ovviamente il mio è un calembour con il titolo del libro "La gaia scienza" di Nietzsche.

***** Per chi non l'ha capito il riferimento è alla grande opera umana, filosofica e morale dello scrittore André Gide "Les nourritures terrestres".

 

 

mercoledì 3 maggio 2023

 




"Il nome della rosa" e la falsa letteratura della mistificazione




Qui analizziamo, secondo esegesi, ma anche con qualche slancio nell'ermeneutica, una pagina del libro Il nome della rosa di Umberto Eco. Chi non lo ha mai sentito nominare? Un romanzo del 1980 che purtroppo, ancora oggi, viene elencato da alcune case editrici (evidentemente interessate a diffonderlo e venderlo) , o da chi per loro nel misterioso mondo della Rete, come uno dei "libri più importanti della contemporaneità", uno dei "dieci libri che bisogna leggere" ecc. Queste sono le frasi che ho digitato su internet cercando di ampliare la mia conoscenza degli ultimi autori premiati. Avevo voglia di leggere gli ultimi vincitori del Campiello e dello Strega. 

Accanto a Paolo Cognetti, che consiglio, soprattutto il libro Il ragazzo selvatico, che è un testo recentissimo, troviamo purtroppo questo testo polveroso, cinico, nichilista e noioso, nonché falsamente avanguardista (ricordiamo l'adesione di Eco al gruppo '63 dei falsi poeti Sanguineti, Balestrini e altri) che è Il nome della rosa. E lo troviamo come se fosse ancora elencabile come contemporaneo. 




La scrittura vagamente goticheggiante, masolo per il linguaggio desueto, la trama insaporita con fatti, fatticelli, nomi e nomignoli dell'epoca medievale ecc. sono tutti elementi per divertirci; e certo come libro di intrattenimento può anche passare, ma allora è molto meglio "Il trono della bestia" di Renzo Rosso. Per niente massonico nella sua impostazione, senza falsi valori nobili assiomatici, ma semplicemente più vicino a noi del popolo, a noi che non abbiamo velleità aristocratiche, ed anzi subiamo il potere in ogni sua forma. Oggi, infatti, subiamo il potere del Clero come non succedeva più dal tracollo della DC, e il potere della Nobiltà, come non succedeva più dal dopoguerra. Ma subiamo anche il predominio dei Poteri forti, cosiddetti, e il Nuovo Ordine Mondiale non è che una serie di decisioni prese a tavolino nelle stanze segrete dei templi massonici e delle varie Commissioni paramassoniche che hanno preso il sopravvento, incluso il suddetto Bilderberg. Il Trono della bestia evidenzia invece il nostro potere: la forza dell'innocenza, della fede, dell'onestà, dell'intelligenza: Vilderico è un fraticello umbro che nell'anno Mille viene trasferito a Roma, e qui, egli, così giovane e innocente, ma anche critico e intelligente, registra nelle sue lettere inviate al monastero umbro da cui deriva la situazione corrotta della corte papale, dove Benedetto IX è un crudele e depravato papa ragazzino, e dell'impero in lotta con il papato. Renzo Rosso non è un autore aristocratico, ma sembra quasi un giornalista del Medioevo per la sua capacità di immedesimarsi perfettamente nel tempo, nello spirito e nel linguaggio, oltre nel suo riuscire come cronista della corruzione e dell'innocenza ad essa costantemente opposta. Non c'è nessuna ironia da borghesotto, e lo stile è sempre perfetto, complesso nella sua semplicità. Complesso perché Rosso riesce a essere comprensibile pur utilizzando termini ormai desueti, un vocabolario che egli media con la lingua italiana contemporanea, ma l'esito è eccellente perché senza uso di note riesce comunque a essere fluido nella sua difficoltà. Lo scrittore deve aver compiuto uno sforzo titanico nel riuscire a mantenersi sempre leggibile pur sprofondandoci in quell'epoca, e in quella lingua. Il testo di Eco, invece, sul piano linguistico, difetta non poco sul piano della mimesi. Non è realistico pur quando vorrebbe proprio esserlo, e ciò dipende dal fatto che Eco si mantiene distaccato dalla materia, come un professore che si diverte a ripercorrere quei tempi. Percepiamo questa leggerezza fastidiosa dietro l'elenco eccessivo di nomi e luoghi e fatti storici che non diventano mai cronaca e realtà ma restano galleggianti in una dimensione pseudoletteraria. Qualcuno lo ha paragonato a James Joyce, ma questo è un errore. Il complesso autore irlandese giocava con la materia letteraria cosciente di fare della metaletteratura, mentre il semplice autore Eco, bolognese d'adozione, non stratificato, non dantesco, non piroclastico, sembra voglia giocare a immedesimarsi nel Medioevo proprio come l'infante massone che indossa il gonnellino, imbraccia lo spadino e accende la candela pensando che questo basti a mettersi in parallelo con i templari di Demolay. Ma non è così che si salva il tempio di Salomone, ovviamente. Allo stesso modo non si fa la letteratura con il cinismo e l'ironia. Renzo Rosso non era un massone né s'incontrava segretamente con Berlusconi e D'Alema come invece faceva il prof. Eco, e con Montezemolo e Gianfranco Fini presso l'Istituto paramassonico Aspen. Renzo Rosso, insomma, non aveva santi in paradiso, come si dice, e quindi il suo fraticello così serio e giusto non doveva essere premiato come meritava. Meglio premiare le barzellette di Totti camuffate di professorale sapienza, potrei aggiungere con ironia. Ma non voglio basare la mia ermeneutica sulla mia stupida ironia, perché l'ironia è sempre stupida, soprattutto quando viene spacciata per intellettualità. Amica del cinismo, un vero piatto servito dal Diavolo in molte salse. E dico questo sapendo bene che il diavolo non esiste, e tuttavia, se esiste per certe menti medievaleggianti, esiste purtroppo anche per noi che ne riceviamo ogni giorno tutto il male. Insomma, nella comparazione tra le due scritture medievaleggianti consiglio vivamente la lettura di Renzo Rosso. Per quanto concerne invece il nostro professore avanguardista, continuerò a perdere il prezioso tempo della mia vita portando avanti per qualche altro minuto questa esegesi, che per me vale sempre e soprattutto come ermeneutica.

 Ebbene, qualche riga prima di queste, Eco cita Boezio: "perché, come dice Boezio, nulla è più fugace della forma esteriore". E qui è proprio il caso di penetrare ermeneuticamente questa frase un po' gettata là, da professore che parla a degli allievi, non da scrittore di un testo "labirintico", come è stato definito. Il distacco del professore dalla materia dell'opera è un problema stilistico dominante sull'intera l'opera, come dicevo. Mentre Renzo Rosso non usa la propria voce come voce narrante - supera il concetto di narratore - Eco, pur essendo un sedicente avanguardista,  è ancora legato a vetusti mezzucci letterari. La mimesi è impossibile, e questo non fa che staccare anche il lettore dalla materia dell'opera. A questo punto qualcuno potrebbe all'effetto di straniamento brechtiano, ma non è così. La regola di Brecht, o di Pasolini, o del neorealismo, vale per il teatro e per il cinema dove la mimesi sarebbe contraria alla problematizzazione che si persegue. In parole povere diciamo che l'azione, l'immagine, il gesto con cui si danno le due arti dette sono per loro natura dei fatti mimetici che trasportano lo spettatore in una dimensione finta, inventata dalla finzione teatrale o cinematografica, e questi processi impediscono una distinzione di contenuti, una riflessione del fruitore, un uso dialettico e dinamico della sua intelligenza. La dialettica della magia del cinema, chiamiamola così, è contraria rispetto alla dialettica razionale, logica, analitica di un Brecht che per impedire al macellaio di ritornare macellaio crea un effetto di straniamento, cioè di distacco tra lo spettatore e la materia dell'arte, forzandolo così a prendere posizione autonoma. Nella letteratura funziona diversamente e quasi all'opposto. Il narratore, lo scrittore-narratore, l'autore che ci parla in prima persona ci impediscono di leggere appieno, di impossessarci della materia, ponendo un filtro tra noi e la materia, che resta in mano all'autore, gelosamente custodita come una proprietà privata. L'autore ci rende solo partecipi di una lettura di seconda mano. A meno che l'autore non sia così abile da riuscire in un'opera di metaletteratura, e viene con sé la percezione di una struttura sulla struttura, di un occhio non nostro che si accompagna, in parallelo, al nostro. Ma se il livello di metaletteratura è frutto di un'azione sofferta, di un distacco doloroso (come in Gide o in Camus, ad esempio) allora noi partecipiamo appieno dell'opera, soffrendo con l'autore. Se invece il livello metaletterario è facile, come in questo caso, frutto di povera ironia, noi restiamo fuori, a raccogliere le briciole dalla mano dell'autore, per sua concessione. L'aspetto aristocratico della vicenda stilistica di Eco è tutto qui. Del resto, lo ripeto, Il nome della rosa è strutturato come una serie di barzellette. L'intento è un po' quello. Si tratta di un testo superficiale, mistificato come un testo quasi serio. E qui posso trovarmi d'accordo con chi ha paragonato questo libro a "Cent'anni di solitudine" di Garcia Marquez. La voce narrante di Marquez persegue lo stesso risultato e lo ottiene: intrattenerci con delle storielle, con una cronaca inventata o romanzata per l'intrattenimento del lettore. Nel film "Magnificat" di Pupi Avati lo stile realistico, da camera portata quasi a spalla, tentennante, contraddittorio, difettoso, alla Pasolini insomma, ci ricorda appunto che lo spettatore non è lì solo per godere o solo per abbandonarsi alla rappresentazione, ma per pensare, per ragionare, per riflettere, e può farlo solo vedendo il proprio occhio che guarda la scena compiersi.  Nel "Decameron" Pasolini è regista-narratore, e talmente evidente è il gioco metacinematografico, trattato con grandissima abilità, che Pasolini interpreta perfino il personaggio dell'autore delle storielle  che stiamo fruendo. E' lui stesso che si riprende mentre scrive il film. Ma questo si può fare con una materia allegra, dove il distacco è logico. Chi racconta le barzellette, come un tempo il cantastorie, le racconta sempre per voce popolare, mai onorando se stesso. Eco, invece, se ne è straonorato di questo suo libro, mistificandolo come un testo di grande statura. In realtà ammise la mediocrità del testo, come disse lui stesso, ma citando un banchiere inglese aggiunse che "se la moneta peggiore vince quella migliore allora la moneta peggiore è la migliore". Vi sembra un modo di ragionare questo? A me pare una vera immondizia sul piano del ragionamento, oltretutto dannoso, come ragionamento economico. Non sarà per questo motivo che il dollaro ha spazzato via molte monete locali, dall'America latina all'URSS dei tempi di Gorbaciov, e noi ancora ne stiamo pagando le conseguenze, non ultima la guerra in Ucraina? Lo stesso vale per il crocefisso che ha spazzato via gli dei indigeni di molte popolazioni, grazie alle crociate! Ma vale anche per i libri mediocri che spazzano via quelli più validi. Se davvero il filosofo Eco avesse ragionato così come ha affermato, avrebbe dovuto ritirare il libro dal mondo. O avrebbe dovuto non pubblicarlo proprio, per impedire che la mediocrità potesse estendersi a macchia d'olio tra di noi. Eppure il filosofo ha preferito continuare a godere di tale onore piovuto al cielo. Oppure piovuto da una critica altrettanto mediocre, da un potere politico suo amico ecc. Tanto è vero che nel 1981, otto mesi dopo la pubblicazione del libro, Il nome della rosa vince il Premio Strega, il più alto riconoscimento letterario in Italia. Nel 1999 fu selezionato tra "I 100 libri del secolo" dal quotidiano francese Le Monde e nel 2009 fu inserito nella lista dei "1000 romanzi che ognuno dovrebbe leggere" dal quotidiano inglese "The Guardian". Quanta fortuna per un libro definito mediocre dallo stesso autore!

 «Io odio questo libro e spero che anche voi lo odiate. Di romanzi ne ho scritti sei, gli ultimi cinque sono naturalmente i migliori, ma per la legge di Gresham, quello che rimane più famoso è sempre il primo.»

                (tratto da un'intervista del 2014 intitolata Odio "Il nome della rosa", è il mio peggior romanzo".)

 Insomma: Eco assume Boezio, il filosofo medievale, e non Cassiodoro, il suo antagonista filosofico. Cassiodoro è molto più acuto di Boezio in fatto di arte ed estetica (le due cose sono sempre molto legate, ma non nel senso di Benedetto Croce, ovviamente). Eppure Eco cita Boezio e dunque si pone in parallelo con quello e non l'altro filosofo perché col primo condivide la visione aristocratica dell'uomo superiore a tutto e tutti, l'ego stanco del mondo e della volgarità umana, il narcistista nichilista. D'altronde Eco basa parte del Nome della rosa anche su un film di Dino Risi, altro cinico nichilista dei suoi tempi.

Per Boezio la musica era un fatto volgare, superiore era il manovale, il muratore costruttore. Immagino che per il libero muratore Eco questa visione fosse simpatica, tuttavia, quanto sia volgare questo punto di vista per la sua grossolanità e ottusità non si può dire!

Cassiodoro,invece, sapeva concepire la portata spirituale dell'arte. Il fratello muratore Eco (massone senza dubbio, da fonti sicure viene definito "massone rosacrociano") non poteva non concepire i liberi muratori come al di sopra dei musicisti. La musica, al massimo, accompagna quello spirito che le mura di una chiesa portano in alto. Figuriamoci che nel 2016 è stato perfino pubblicato un libro il cui titolo è  "Umberto Eco e la massoneria", in cui si tenta di affermare la distanza tra i due soggetti.  Ma quale motivo avrebbe scrivere un libro con questo titolo, se non per l'esatto opposto di quanto affermato? La massoneria vive di segretezza, lo sappiamo tutti, soltanto un massone dichiarato può svelare i nomi che la compongono, o non la compongono. Ma massoni come Calvi e Pecorelli sappiamo che fine hanno fatto.

Dunque, in nome di Voltaire, che era consigliere del re - e non certo del suo antagonista Rousseau, ispirato dal popolo e parlante per il popolo - la visione di Eco è massonica e aristocratica. La massoneria stessa vive una condizione aristocratica, non solo per i valori "nobili" della libertà, della fedeltà e della fratellanza ma proprio perché questi valori implicano una loro superiorità idealistica sul mondo, e di fatto pongono colui/colei che li professa in questo modo (settario, occulto, esoterico), sopra il mondo. Vi è poi anche la  ridicola, infantile ritualità (gonnelle, candele, spadini, templi dai pavimenti a scacchi ecc.), che è ridicola e al contempo drammatica. Una tale drammatica sensazione di superiorità (autoconferita) che appunto si avvale, per il dramma, di templi, così si chiamano. Templi e non sezioni di partito, non sedi di associazioni. Il massone crede di agire come un'autorità, che sia sacerdote, iniziato o dio medesimo. Al 33° grado della massoneria crede essere addirittura Satana, l'alter ego di Dio. Nei gradi precedenti rinuncia alla Chiesa, sputa sulla croce, viene "incorporato nel regno di Satana"(come recita la formula). A un certo punto, dopo questo lavaggio del cervello, che si è autoprocurato, diventa l'Anticristo, o meglio: il matto in gonnella che crede, mediante questa gerarchia di eventi, identificarsi con il diavolo. E cercando di assomigliare al male incarnato comincia a comportarsi secondo le regole delle malvagità. Le stragi, le guerre, la povertà, l'esaltazione del denaro (strettamente in mano di pochi eletti) sono tutti temi che ritroviamo nell'ordine del giorno del Club Bilderberg. Il giudice Imposimato affermò in una intervista che "tutte le stragi dipendono dalla massoneria". Il Club Bilderberg ne è uno snodo semiufficiale, o anche, se vogliamo, un gioco di questo Anticristo con cui egli si dà e non si dà al mondo, beffardamente, sprezzantemente, tanto per farci capire quanto sia superiore a ogni istituzione umana, che nel Bilderberg non può intervenire se non come auditrice. Nel Club Bilderberg, fondato da Rockefeller nel 1956, gli industriali e i banchieri più potenti del mondo sono gli interlocutori decisivi, mentre i capi di Stato, se vengono invitati, è solo come auditori, servi, esecutori. I giornalisti massoni possono anch'essi udire ma non possono riportare all'esterno alcuna cosa detta all'interno di quel consesso.

Ma lasciamo il concesso demoniaco e torniamo al testo esoterico, che non è solo lo scritto di un professore di semiotica, amante del Medioevo come del tempo della sua fissazione patologica, direbbe uno psicanalista, ma è il testo della massoneria, ovviamente.  Qualcuno ha rilevato che il livello esoterico del libro è piuttosto importante, con riferimenti alla numerologia, alla cabala, alla magia che giusto un massone può apprezzare. In questo i massoni sono dei gran perditempo. Tutta la parte iniziale che segue la descrizione estetica del personaggio sembra essere una serie di rimandi a eventi raccolti nella Bibbia che solo una mente malata vede in questa loro specificità, gerarchia, importanza e successione. D'altronde il massone legge la  Bibbia con un occhio deformato, con la volontà di vedere l'opera del diavolo nel mondo. "Gli uccelli si tuffano prima di aver preso il volo" , "l'asino suona la lira", "i buoi danzano".   L'uccello che si tuffa senza spiccare il volo muore spappolato a terra, ovviamente. L'asino che suona la lira potrebbe essere lo stesso Baphomet, volto di capro o d'asino, suonatore perché incantatore, affabulatore. Il diavolo suona e i buio danzano. Una specie di Apocalisse ma trattata con distacco ironico, da massone cinico, da laico razionalista. Del resto un professore avvezzo a scomporre la realtà in tanti piccoli pezzettini dai nomi come "inferenza" ecc. quale divertimento trarrebbe dall'essere ligio alla massoneria e all'esoterismo convenzionale? Soprattutto un sedicente anticonformista come Eco. Divertirsi in questo modo è lecito, dunque, ma tra uno sbadiglio e l'altro. I libri di Eco non li ho letti se non a pezzi, sfogliati su internet. Una maggiore attenzione ho dedicato a questo giallo dalla risonanza mondiale, e ho dovuto farlo obtorto collo. Ho dovuto farlo per poter parlare sapendo di cosa parlo. I libri di Eco sono mattoni di molte centinaia di pagine e quelli che non sono in stile gotico non presentano alcuno stile. Sono irriconoscibili. Chiunque potrebbe scriverli. Questo libro è riconoscibile in parte, perché fino agli anni '80 ce ne erano pochissimi come questo. Tuttavia si dica che Eco ha attinto a piene mani da alcuni libri impostati e scritti allo stesso modo che qualche hanno prima avevano lasciato un segno come novità, uno di questi è L'ordalia di Italo Chiusano, ma non è un mistero che Eco si basi sul Doyle autore di Sherlock Holmes, e del "Mastino di Baskerville". Il protagonista del giallo filosofico, come è stato definito,  si chiama infatti Guglielmo da Baskerville. E questi era un monaco "già inquisitore", come è descritto all'inizio. Insomma, nonostante le atrocità della Santa Inquisizione e tutta la sua storia secolare di terrore, assassinii e roghi, cosa fa Umberto Eco? Ci presenta un monaco inquisitore. Il menefreghismo è il vero senso del nichilismo borghese degli anni '80, ovvero del postmodernismo, e Umberto Eco ce lo rappresentato in molti modi. Anche appropriandosi di un testo che venne curato da diversi professori genovesi, a cui appose la sua firma e lo pubblicò a suo nome. Ma sono stati ritrovati nel Nome della rosa anche molti prestiti dagli scritti di Sciascia, oltreché l'incipit, che l'illustre professore filosofo dichiarò di aver preso a prestito dal fumetto "Snoopy".             

Nonostante Eco dichiari di non voler dare credito all'esteriorità, proprio per quel parallelo con Boezio detto prima, eppure il libro è una sfilza di descrizioni esteriori come questa. Tant'è che Il nome della rosa viene stroncato da qualcuno  per essere un libro noioso, eccessivamente descrittivo. In effetti vi sono moltissime descrizioni fisiche, cosa che normalmente gli scrittori risolvono in pochi cenni. Un "ciuffo baldanzoso sulla fronte" di solito basta a dire la baldanza del ragazzo (Pasolini), così come dire che  tanto magro che di profilo scompariva"(Calvino).  Qui, invece, vediamo addirittura le efelidi. Ma va benissimo. Queste efelidi serviranno a qualcosa, si suppone, e non possiamo cassare questa descrizione come tutte le altre presenti in questo testo per niente religioso, per nulla etico, per nulla parallelo a Boezio.  Del resto il superficiale Eco non nasconde altrove il suo interesse esteriore, e la descrittività, quando non è etica, è spesso la qualità di un interesse al dato esteriore.


Il periodo successivo, ossia questo, dal "Mi accorsi" fino a "dall'inizio", cosa significa? Deve esserci un qualche errore perché non si capisce il senso dell'ultima frase, e dunque dell'intero capitolo, di cui l'ultima frase sta a coronamento.  Questo "di cui(pensavo) si sa già sin dall'inizio"... dovrebbe riguardare il "vero" quale soggetto, ma probabilmente riguarda, come soggetto, la virtù. In ogni caso cosa si sa già dall'inizio?  Se è rimasto in vita uno dei commissari del premio Strega che il 9 luglio dell'80 premiarono questo testo, potrebbe spiegarmi come ha letto questo periodo? Mi basta un piccolo commento qui sotto, sul blog. E poi devo fare un ulteriore rilievo sintattico-grammaticale: "ma all'inizio poco sapevo"... "si sa già sin dall'inizio" compongono una ripetizione che è tecnicamente un errore, si chiama come minimo ridondanza, ma io direi che è proprio un difetto di chi non è un vero scrittore, e forse è solo un professore di semiotica. Il mondo è un luogo di sognatori e quanti professori di letteratura sono romanzieri mancati è una realtà inopinabile,  ma ciò non è penoso,basta avere l'umiltà di ammettere che non si è capaci di scrivere romanzi. Invece di compiere false ammissioni modeste dicendo questo è il peggio che ho scritto, volendo cioè intendere che gli altri sono dei capolavori. Eppure chi ha letto Dostoevskij, Balzac, Morante, Moravia e Calvino, solo per fare alcuni nomi,  sa benissimo cosa significhi la vera letteratura. La Morante è complicatissima, tortuosa e limpida allo stesso tempo, proprio come Moravia è freddo ma mai distaccato dalla sua pagina, e sentiamo sempre una presenza accorata benché razionale leggendolo. Per non parlare poi dei due grandi stranieri citati per primi, che per me formano come una coppia, la coppia di scrittori più grandi e meravigliosi che si possa leggere. A vent'anni come oggi che ne ho cinquanta ancora resistono al tempo. Mentre Calvino, il cui discepolo contemporaneo è Stefano Benni, non mi ha mai fatto piangere, né rivoltare dalla rabbia, ma solo perché il genere lieve, la levità stessa, non l'ho mai amata in letteratura. E però una pagina fantastica di Calvino è sicuramente molto superiore per stile, per presa di posizione, per moralità, per senso letterario ecc. alla pagina anodina e affettata di questo mistificatore.


Ammesso che la descrizione estetica non sia, come abbiamo già detto, degna di un Dostoevskij, e tantomeno del molto minore Hemingway, qui siamo al grossolano luogo comune delle "cinquanta primavere" per dire cinquanta anni. Avrebbe anche potuto scrivere "cinquanta lune", perché no?  Siamo cioè alla dialettica più grossolana che si possa ricevere da parte di uno scrittore. Poi, la metafora del gambero è meglio saltarla a piedi pari e non parlarne, se non fosse che qui ad essere zoppa non è sola la metafora ma la frase stessa: "il suo spirito vitale partecipasse del gambero". Come è concepibile scrivere che uno "spirito partecipi di un gambero"? Oltretutto non c'è nemmeno una figura retorica che possa essere andar bene per regolarizzare l'esistenza di questa frase bruttissima. Lo spirito che recede, che indietreggia, viene posto sullo stesso piano del movimento del gambero all'indietro ma usando la parola "partecipare", ossia prendere parte. Tradotto in italiano sarebbe: "quasi il suo spirito vitale prendesse parte del gambero"(...). Uno spirito che diventa parte di un gambero? Oppure uno spirito che partecipa della stessa natura indietreggiante del gambero?  Oppure uno spirito come quello che muove il gambero? Insomma, in qualunque modo la mettiamo, la frase zoppica in almeno due sensi, dando luogo a un qualcosa di illeggibile.

Qui lo stile non è più medievaleggainte, ma sembra totalmente contemporaneo. L'autor perde totalmente di vista il tempo storico e come un gambero indietreggia e recede nel suo tempo e nel suo linguaggio, non più colorito a quella maniera, seppure vaga e claudicante, con cui ha aperto il libro. Di certo Eco non aveva in animo di addentrarsi nel linguaggio del 1300, compiendo un salto linguistico per lui troppo difficile, richiedente uno studio apposito, che esulava dal puro divertimento per sé e dall'intrattenimento per il lettore. Del resto Eco voleva scrivere un giallo, solo questo desiderava. Doveva intitolarsi "L'abbazia del delitto" o una cosa simile. Con mappe e indizi come in un gioco da tavola. Ecco, diciamo che a parte qualche pagina meglio riuscita, seppure non come letteratura ma come scrittura leggera ed evasiva (evasiva dalla noia della semiotica?), o qualche frase un po' più intrigante, avvolta da un mistero amato e cercato con la penna, che crea della suspense, il libro Il nome della rosa è un totale fallimento letterario. Se qualcosa vale è solo sul piano, appunto, del romanzo giallo a cui si ispira, e non certo sul piano filosofico e artistico, né tantomeno storico. Si dica a questo proposito che troppi errori sono stati ravvisati da storici medievalisti, come la ricetta a base di peperoni, che sono un importazione americana, la musica del violino, che ancora non era stato inventato; e pari fortuna ha trovato presso gli storici della letteratura. Infatti, Il nome della rosa non viene menzionato nella maggioranza dei manuali di letteratura, proprio come gli altri libri di Eco, che evidentemente non sono poi tanto migliori di questo, come il semiologo credeva. Ma il narcisismo di oggi è un grave problema sociale, fino al punto che lo stesso autore circa vent'anni fa creò una casa editrice apposta per ripubblicare Il nome della rosa. Un autoerotismo di cui solo una primadonna può imperlarsi, non certo un vero scrittore. Al contrario: i più grandi scrittori non hanno mai avuto fortuna, e anche quando l'hanno avuta hanno dovuto lottare con i denti per tenersela. Nelle "Illusioni perdute" il grande scrittore che ha ormai raggiunto il Grande mondo, come lui lo chiamava, non è più l'Honoré de Balzac che è riuscito ad essere, ma un giovane che ha smesso di illudersi nei confronti del mondo, dell'uomo e dell'arte. Lo stesso Dostoevskij come molti altri immensi autori è morto povero e malato, a riprova che con l'arte non si mangia. Pasolini, per quello che ha scritto è stato assassinato. Mentre Hemingway, che era mediocre, uno scrittore parattattico come molti che lo hanno seguito, anche ispirati da lui, viene portato ancora oggi su un palmo di mano. Proprio come Umberto Eco. A proposito di paratassi, ho appena letto le prime pagine dei nostri scrittori italiani più premiati, sempre basandomi sulle liste ricavate da internet, e devo dire che a parte Cognetti e Murgia, tutti gli altri sono penosamente illeggibili. Premi Strega e Campiello dati davvero a cani e porci, come diceva Eco a proposito degli scrittori autopubblicati su internet. Secondo l'aristocratico settario Eco, internet aveva dato una possibilità ai mediocri di pubblicare, ma gli elenchi sbandierati dalle case editrici contano nomi di autori penosissimi. Evidentemente i Premi e le Case editrici con la maiuscola seguono direttrici che non sono di qualità, e allora benvenga internet che mi permette di pubblicare, di esprimermi seppure in un piccolissimo frammento di mondo dove mi trova solo chi mi cerca o per un caso legato alla navigazione più banditesca e corsara. Insomma: anche su questo il grande filosofo non aveva capito niente.  


sabato 21 gennaio 2023

 






Ode alla mia rabbia

 

 

Infaticabile eroica Rabbia

che insorgi dalle cantine,

le viscere dell'essere;

se una ferita brucia ancora

tu sei maestra nel caldeggiarla

come il vetraio che soffia,

demone del fuoco, Efesto.

 

Questa sera ho visto

un film su di un carcere

e sulla Rabbia dei carcerati

contro il poliziotto torturatore;

e il vile direttore e quello

a cui giacca e cravatta

non servono all'eleganza

ma all'abilità nei volgari affari

quali l'Ordine steso sulle ingiustizie,

la Disciplina stesa con Repressione

e altri idoli borghesi come la Pace

falsa delle istituzioni più feroci.

Ma in tutto questo un fatto,

non so quale né mi interessa,

ha collegato me a quei ribelli

e allora, non più calmo e ordinario,

sono stato sollevato dalla sedia

e di colpo quegli uomini torturati

erano con me colleghi, fratelli

finché, poi, quel soffio incendiario

mi ha riportato giù, a sedermi,

ma cupo e tutto ravvolto in me stesso

come un gatto pronto alla lotta

o come una corda, fascio di muscoli

ingialliti dalla bile e atti a risalire in piedi

per magnificarsi in tigre o leone.

 

Ma questo si ha in un corpo solo:

leone tutt'uno con il suo domatore

che sono io, il civile, il poeta, il mite...

Orfei di me stesso, direi, con uno scherzo,

con la gioia che pure la Rabbia infonde

alla sua triste preda in quanto maestra,

perché nella lotta si torce, ma ride come iena;

Rabbia cupa dell'assassino, direi pure,

ma un assassino che non ha mai ucciso

pur essendo stato ucciso ogni volta

per quella porta dell'inferno si spalanca

quando in me qualcosa di sacro si rompe,

la cosa più dolce che possa essere violata,

e allora la Rabbia di un sicuro omicida

sgomita e sfonda e sale dal dolore

a reclamare un posto suo, un trono,

o una tomba a cui votarsi, vigile e casta,

perché nei tanti mondi che abitiamo

e sono come sfere celesti, uno di questi

è perduto, e là dentro è il corpo nostro,

ucciso; e per coscienza io so, ricordo tutto

e urlo ma non posso più averlo indietro.

 

Allora viene lei, con il suo ferino artiglio,

strascico dell'irreparabile condizione,

istinto tempestoso ma fitto di coscienza,

nonché atto finale della ragione... la Rabbia;

non il groppo folle e senza oggetto 

dei nevrotici, non l'ingiuria insensata

ma il composto lamento, perfino la poesia

su quel me stesso perduto, e anche perfetto

è il componimento di rime qui e là collocate,  

da poeta che non mente, soffiante tigre civile,

perenne domatore di me stesso.

 

Ma come si può tacitare chi ha così ragione?

Ogni lutto in cui ho pianto la mia morte,

ogni rogo con cui mi hanno dato alle fiamme

fino a questa mia ultima morte, l'ultimo decesso;

io che avevo scoperto la magica pozione,

il segreto del paradiso, un sacro Graal terreno

che nessuno doveva più cercare nell'Aldilà;

la bilancia delle forze, Jin e Jang concesso

in un sol sorso ed ero io che lo stavo bevendo

in quella sfera celeste che era di cristallo

e non lo sapevo, contrappeso di santità

contro decenni di dissacrazione; ero io

il resuscitato, la ritrovata vita che stavo vivendo.

Non si additi perciò questa mia Rabbia

come un parto della "cattiveria", come "tara"

che covavo già dentro, perché questo sembra

a chi non è avvezzo alla ragione, l'indegno

che per viltà non sarà mai unto dalla rabbia.

Al contrario: è un peso della santità, un parto

della bontà distrutta, Cristo nel tempio!

Poeta bandito dalla poesia riscoperta

e oggi cosciente e tremante nella notte,

nella lunghissima notte della Rabbia;

perché è il suo lungo ferro una forza bruta

e soave che seppellisce in una gelida fossa

il bel corpo della ancora pulsante santità

e con essa ogni pietà che le appartiene,

e il cuore ancora vivo e appena riconosciuto,

e la coscienza della ferita mortale, pure lei

sotterra, perché non serve ai fini della riscossa

se non come cibo per il suo fiero verme.

Ogni ragione che era suprema è negata

perché sul trono siede qualcun'altro,

così il carcerato ha vinto sul carceriere, 

la belva ha staccato la testa al domatore,

il demone ha reso i sobborghi l'unica città,

il lupo che ulula alla luna, l'antico selvaggio

che si è riscoperto nel pallido civile, 

lo spirito dei guerrieri, degli eroi e dei puri...

questo e molto altro siede oggi sul trono!

 

La Rabbia è un intrico di rami spinosi, 

perché è spirito costretto, non libero,

e la sola felicità è nella guerra, nella boxe,

pugni e calci dati nell'aria della notte

come un Orfeo che mi dà una sua musica

e questa poesia dimostra che è sublime,

che nel misto della Rabbia c'è magnificenza

non solo uno sconvolto stato morale,

e si ravvisa anche un metro classico

e la gioia del gioco di parole, la beffa

che pure rivolgo a me stesso per esuberanza

di Rabbia ( chi non ha notato, infatti,

 il gioco Orfei Orfeo?  io l'ho notato!)

 

Leggo spesso di grandi uomini arrabbiati,

e li vedo non solo nel cinema secondario,

vero lazzaretto di rabbiosi, ma nel primario:

da Chaplin che prende a calci Hitler

alla "Stangata", a "Nick mano fredda";

"Casanova'70" si arrabbia perché impotente,

ma non è da meno Bruce Lee verso i giapponesi!   

E nel teatro è la rabbia che muove Amleto

alla vendetta del padre, come nell'antica poesia

Telemaco è infuriato contro i proci.

Anche la poesia araba preislamica è collerica

e questo perché i poeti erano stati banditi

e l'uno scriveva contro la sua tribù

l'altro contro sua madre alleata al nemico,

e nel tumulto della grande Rabbia questi

omise perfino di benedire in poesia il cammello,

convenzione rituale della poesia classica.

 

In questa notte fredda di metà gennaio

vengo scaldato così bene dalla mia Amica

e la lodo ormai da un'ora, e quasi non vedo

più il mio cervello bruciato, la testa dolente

spaccata come un melone da un filo di paglia;

è la mia ragione che torna, anch'essa Amica,

a cercare di prendere la torre, mentre lei ride

da lassù come disperata iena del deserto

e sembra brutta, gobba, spelacchiata

 finché di nuovo si rifà in elegia maestosa,

e poi di nuovo muta in vendetta e mi richiude

sotto la sua mole di calcolante mostro

portato con schiena dritta, però,

finché di nuovo muta la mole grassa

forse in una bestia stupida e pelosa,

e mi guarda con barba e mi bruca testarda

dal cranio testardo in cui l'ostinazione

dà alla Rabbia la sua oltranza; e bassa

è la fronte che riconosco, quella ebetudine

da ovino che toglie il sonno, se la nostra vita

immensa così viene riposta in un recinto,

d'un colpo veloce derubata dalla Rabbia.