Diario della morte italiana

Diario della morte italiana

domenica 6 dicembre 2015

La poesia in azione




La poesia in azione

Nell'anno 2008 partecipo al festival di poesia contemporanea "Ex-poesia" di Bilbao (Paesi Baschi, Spagna) e da quel momento il mio senso della poesia muta radicalmente. Ma non sto qui a raccontarvi i fatti miei, che interessano solo me, piuttosto vorrei parlarvi della questione artistica della poesia, della sua vitalità e della sua contemporaneità.



Quando nel 2008 sono stato chiamato da Fausto Grossi, curatore del festival, a intervenire con una "poesia in accion", mi sono sentito veramente sprovveduto. Tuttavia, ispirandomi all'aria di quella potentissima kermesse, ho dato luogo a una performance  del tipo o la va o la spacca. Dopo quel momento, quando sono tornato a Roma ho deciso di diventare ciò che sono ancora oggi: Poetainazione. Quel pomeriggio ho inventato un'azione tra la carta e lo spazio, tra me e i presenti, organizzando un tavolo bianco e una camicia bianca su cui il poeta si offre intimamente, come nudo, nell'atto della creazione. Ho cominciato a scrivere, davanti a circa duecento persone sedute, anch'io seduto (a quel tavolo bianco preso in prestito) e lasciandomi trasportare dalla mia creatività. Ho gettato sulla carta qualche verso, qualche altro l'avevo già pronto in tasca, e infine ho concluso quella performance silenziosissima con una breve lettura, alla maniera antica ma comunque nuova per me.
Questa esperienza mi ha reso felice, poiché il silenzio della creazione è un fatto inaudito, e almeno quello credo di averlo reso com'è nella sua verità. Quando sono tornato a Roma ho rifatto una cosa simile in mezzo alla stazione Termini, finché dei carabinieri non mi hanno cacciato.



Nell'ottica della poesia in azione, che è pura vita, non esiste un pubblico ma un destinatario vivo. E perciò non esiste nemmeno un poeta passivo, morto lettore di versi. Il poeta in azione è una bestia strana, difficile da definirsi, ma alcuni tratti peculiari lo distinguono dal poeta tradizionale. Ci sono poeti che restano chiusi in casa, altri che stanno solo sui libri e altri che compiono reading (inclusi i poetry slam), mentre il poeta in azione agisce nello spazio (del mondo, spazio come dimensione collettiva), brucia il tempo (anch'esso nel senso "basso" e alla portata), conduce un messaggio non egocentrico e non narcisista, dato che ogni volta è sempre un po' buffo, e sempre incastrato nello spazio fisico e nel tempo fisico (non mira all'eternità, alla gloria, che semmai sono appannaggio del poeta libresco). Il narcisismo degli altri non viene mai sopraffatto o urtato da un poeta a livello degli altri, e "della strada", per così dire. Il poeta in azione è infatti cugino dei clown, dei saltimbanchi, dei pierrot, anche quando urla e incendia sedie come Ramon Churruca. Come i suoi cugini lamentosi e beffardi, il porta in azione muove da una pena triste, che con rabbia sublimata porta a livello di poesia.
Il mio primo contatto con questo misto di dolore, rabbia e amore, con questo misto di camicia bianca, tavolo prestato, infrazione dello spazio medio e del tempo ordinario... che chiamiamo poesia in accion è Fausto Grossi.
Fausto Grossi è riconosciuto in Spagna come una figura di primo livello nell'ambito di questa particolare performance fuori dagli schemi, provocatoria, beffarda, ruggente, la quale fa pensare all'"happening"di Allan Kaprow ( U.S.A., anni '60) e al movimento "situazionista" della metà del '900, ma anche al dadaismo e al surrealismo. La poesia in azione non è tuttavia una riproposizione di questi movimenti né della vecchia scuola spagnola surrealista (Bunuel), ma è un fatto dei tempi correnti ed ha una sua propria specificità e novità. E talmente sono forti e unici queste sue qualità che anche per un primitivo italiano come me non è stato difficile percepirne la potenza.

Il poeta in azione non è solo un situazionista e un happener, né tantomeno un qualsiasi performer, come si dice alla maniera comune ma riduttiva. Infatti, lo stesso Fausto Grossi quando usa la parola performer stenta a pronunciarla. Là dove la performance di poesia in accion è reale e concreta, come essa è per definizione, non è tuttavia soltanto sul piano rappresentativo o prestativo, pratico e immediato che essa si consuma. Questo tipo di performance può essere infatti completamente ideale o teorica, tanto che l'azione stessa è idea.
Il poeta in azione non ha necessariamente bisogno della poesia tradizionale, che è scritta, letta o imparata a memoria, o anche improvvisata (come nella "poesia d'improvviso" del 1700), ma può anche fare a meno dei versi per svolgere direttamente l'idea poetica che presiede la poesia, il senso che la muove, sia pure la stessa mancanza di senso. Fausto Grossi generalmente non scrive poesia e non pensa in poesia, ma pensa in poesia in azione. A volte quest'ultima è pura arte, come abbiamo visto poco fa, altre volte è una cosa impura, un concetto appena pronunciato e avvolto ancora nella sua oscurità limbica, aurorale; oppure è un fatto molto complesso, che esige l'ausilio di molti mezzi o porta alla luce molti problemi; o un messaggio secco e semplicissimo, come un gesto.
La poesia in azione è idea o intuizione o emozione che agisce e questa azione reclama un momento pubblico. L'improvvisazione può fare naturalmente parte di questo momento, così come l'interazione con l'ambiente né fa sicuramente parte, ma l'affermazione e la rivendicazione di un fatto d'arte è elemento fondamentale e costante. Il poeta in azione spagnolo così pensato, cioè alla maniera di Fausto Grossi, Ramon Churruca, Fundacion Rodriguez e altri che ho potuto ammirare dal vivo coi miei occhi, è quindi un poeta che in ogni caso, sia parli in poesia sia taccia nel silenzio più assoluto o emetta versi strani, è l'arte stessa come spazio, moto e messaggio rivendicato in un arco di tempo (performance) solitamente indefinito e spinto al di là di sé, nello spazio e nel moto e nella percezione del mondo in cui esso casualmente cade. La casualità è anch'essa inclusa, e fa parte del coraggio del poeta. In questo senso il poeta in azione incarna sempre uno spazio e un tempo non ordinari, che egli rende assurdi e casuali con la sua forza, anche quando l'azione sembra non avere alcuna forza o consumarsi in dieci secondi. In questo c'è sicuramente un retaggio proveniente dall'happening americano, che è forse un saltimbanchismo fattosi più cosciente e critico. Ritorniamo dunque alle parentele di questo poeta con gli artisti di strada e le strane bestie che si danno nell'arte di strada.

Per me che sono figlio di una Italia culturalmente priva di azione e anzi devota alla stasi, e tanto vecchia da nutrire solo precoci reumatismi e "calmi deliri di Alzheimer", Ex-poesia è stata un'esperienza culturale impressionante. Mi piacerebbe quindi mostrarvi delle poesie in accion ma è impossibile reperirne, e ciò è veramente coerente con la filosofia di non lasciare traccia, bruciando nell'arttimo dell'azione e basta, in un tempo che non vuole essere eterno. E proprio per obbedire a questa regola non scritta dei poeti in azione non allegherò a questo post alcun filmato, eppure ne avrei. Dico solo che nella kermesse di Castel S.Angelo a Roma, durante l'estate romana del 2009, la mia poesia in azione ha inchiodato per dieci minuti oltre 200 persone che passavano tra gli stand. In quell'occasione, che era fatta più per il divertimento che per il dolore, ho proiettato su un telo un'amalgama di immagini tratte dalla penosissima ed edonistica Tv italiana e ho costretto alcuni passanti a un particolare sacrificio: ho impostando sui loro corpi con le mie mani una poesia orrenda e pornografica letta e argomentata...sui loro corpi. Dovevano provare, in corpore vili, cosa significa la TELEVISIONE italiana.

Fausto Grossi è attivo in tutto il mondo, dall'Argentina alla Cina all'Italia. E' stato a Venezia per agire sul tema dell'acqua alta, ed è stato anche a Roma nei panni di un clown che porgeva ai passanti una spilla-distintivo con su scritto I'am a clown. In questa occasione Fausto ha rischiato di essere arrestato, dato che lo spazio cittadino su cui aveva scelto di agire era il Parlamento italiano e strade adicenti.



Ex-poesia mi ha dimostrato che la modernità dell'arte non è legata alla tecnologia, ma allo spirito degli artisti, che se sono grandi è lo stesso spirito dei tempi che parla tramite loro. E non è detto che, pur nel tempo della tecnologia e della tecnocrazia, ovvero della enorme Propaganda che la tecnologia riceve, lo spirito dei tempi sia necessariamente questa disumanizzante produzione propagandata!

Ex-poesia, pur nella piccola e serena Bilbao, poneva di colpo una pietra sopra la mia vecchia Italia di poeti morti o boccheggianti. Roma, Milano, Torino, Bologna, Napoli, Firenze, Palermo e ogni altra città che alla poesia dedica qualche cosa sfumava di colpo. 
A Roma l'ultima forma di poesia contemporanea è morta alla fine degli anni '70 con il reading di Castelporziano. Lo stesso Dario Bellezza morirà definitivamente sui divanetti del Maurizio Costanzo Show, là dove poi moriranno anche Carmelo Bene, Alda Merini e altri.
Singolare è pensare che nello stesso tempo in cui a Bilbao si teneva Ex-poesia Nanni Balestrini esponeva al MACRO le sue sillabazioni visive prive di azione, mortuarie come i busti risorgimentali del Gianicolo. Tra il poeta milanese, il più contemporaneo del momento? , e i "poeti in azione" spagnoli non c'è paragone!

Andiamo quindi a Milano, dato che l'abbiamo nominata. A Milano la poesia non è più di casa, mentre lo è stata per secoli, grazie ai poeti come Carlo Porta ma soprattutto a chi lo ha pubblicato.
Le numerose e rinomatissime case editrici milanesi non organizzano più niente di vivo sulla poesia ormai da decenni, al contrario cercano di ucciderla, trattandola con il peggiore disprezzo.
A via Falck Crocetti Editore seleziona la poesia nell'ufficio marketing, poco più in là Garzanti SPA (la casa editrice di Pier Paolo Pasolini!!!) ripubblica gli stessi classici da venti anni e "non è interessata a pubblicare gli esordienti" (me lo dice al telefono nell'anno 1995). Mondadori non è più Arnoldo ma la famiglia Berlusconi, e se prendiamo ad esempio quella bellissima e antichissima libreria di legno scuro che essa ha nel cuore di Milano non potrò più dimenticare quell'immagine che mi si è parata davanti agli occhi nell'anno 2005: il libro Le barzellette di Totti s'imponeva come una torre di centinaia di volumi accatastati all'entrata. Mi ricordo che cercavo Pasolini e quando l'ho trovato era sepolto in uno scaffale bassissimo, irraggiungibile, nell'ombra.
Io cerco sempre Pasolini, ovunque vado. E cerco sempre, in ogni libreria in cui entro, lo scaffale della poesia. Lo scaffale della poesia dice tutto sulla libreria in cui ci troviamo e sulle idee del suo libraio.

Ma torniamo alla poesia in azione spagnola e alla vitalità della nostra poesia contemporanea. Oh, scusate il pleonasma, ovviamente non c'è contemporaneità senza vitalità.

A Torino il vasto Salone del libro non competerà mai con la rivoluzionaria Ex-poesia di Euskadi, e neanche Napoli con la sua cultura, le sue riviste (vedi L'Isola http://www.lisolaweb.com/omaggio-a-roberto-gianani/ ). E se è naturale per le piccole riviste come per le piccole case editrici italiane dedicarsi ancora un po' ai poeti, come faceva la rivista Ricerca di strano di Roma, ormai morta, oppure la bellissima rivista fiorentina Mostro ( http://www.inventati.org/mostro/15_MostroAutunno2004.pdf ), anch'essa morta nel 2005, è invece una vera e propria forzatura, una tortura, per le grandi case editrici stampare qualche poeta nuovo, seppure a pagamento. E pure se lo stampano in mille copie, certo non lo distribuiscono. Ma sul tema delle case editrici tornerò più avanti in un post specifico, data l'importanza dell'argomento.
Al momento posso solo osservare che Controcorrente edizioni (Napoli) e Stampa Alternativa (Viterbo), pur professandosi diverse dalle grandi, non danno alla poesia niente che non sia la solita estrema unzione. Perciò sono convinto che questi e altri editori come loro, di cui percepisco la sensibilità oltre il business e il clan delle major, potrebbero fare molto di più, e vogliono farlo!.
Invito loro e qualsiasi altro editore antifeltrinellesco e antimondadoriano a discutere - sia in questo che fuori da questo blog - l'idea di un festival di Ex-poesia italiana da far tremare certi papponi dell'industria libraria. A questo proposito, e chiudo qui la parentesi, vedo già un festival di poeti che non balbettano più, né promuovono i loro business in tv come Elio Pecora, ma finalmente sputano in faccia a questa cultura italiana avidamente parassita o salottieramente sbadigliante, schiffeggiano la mediocrità e l'arroganza, ne indicano i responsabili, anche partendo da se stessi. I poeti sono come i preti, sono sempre i primi responsabili. Ma i poeti italiani devono capire chi sono e quale ruolo hanno. Devono esercitare tutto il loro potere di fantasmi e uscire dalle soffitte, contro chi li vuole zitti e insignificanti come sono ora. Le Maraini, le Spaziani, i Paris, i Zeichen e altri morti come loro devono uscire dal silenzio complice, devono aleggiare nel Paese e molestralo dalla coscienza fin nel più profondo inconscio dell'italiano medio, anche a rischio di morire fisicamente - che almeno è una morte con onore!. Devono smettere di cercare gloria coi libri, devono cessare il falso status aristocratico di cui si ammantano, per ottenere una possibilità di vita per sé e per tutti, perché se i poeti ricominceranno a cantare, allora anche gli altri canteranno. Tutti capiranno un giorno che la prima morte di un popolo è la morte della sua poesia. Ma su questo punto sarò più ampio nel post dedicato.


A Bologna l'Università ha creato un laboratorio di poesia contemporanea (sic) e usa la formula piuttosto vecchia e ormai burocratica del reading. L'UNIBO ha anche aperto le porte del proprio laboratorio poetico alla figura televisiva e dunque antipoetica corrispondente al famoso nome Morgan. Ma a che scopo questo evento con al centro il guitto televisivo? Io glielo ho chiesto, ovviamente, ma non mi hanno risposto. Forse perché Morgan passa per essere un contemporaneo e un poeta? Io ci vedo la solita mistificazione: l'idea falsa di voler far dialogare la televisione, e cioè la realtà, con la poesia. Il risultato è però quello di umiliare non tanto i veri poeti, che sono immuni da certe manovrine e restano puri come ragazzi del Bangladesh, quanto i poveri avventori di certe iniziative, che non sanno niente della "realtà della poesia" e conoscono ormai quasi solo la "realtà della televisione". 
Che la poesia esca dalla carta-camera-casa per diventare finalmente parte del Paese sarebbe il passo più rivoluzionario e utile che si potrebbe farle compiere, ed è questo che in un buona misura avviene nel festival di Bilbao, benché tra le quattro mura dell'edificio. I poeti in azione proteggono l'umanità presente da quella forma di morte che colpisce chi non partecipa ma assiste e vive per delega, come avviene peculiarmente nel nostro Paese ma non di meno negli altri europei in questo tempo sempre meno umano, dominato dalla Tv, dalla tecnica, dalla politica autonominata, dai club bilderberg che operano dietro le nostre spalle, etc. 
Me la ricordo bene la partecipazione della gente che è stata agita dalla poesia in azione!

In Italia l'Università potrebbe dare ai poeti una complicità reale, che renderebbe reali entrambi i complici. 
L'UNIBO di Bologna non ha questo obiettivo, perché crede di avere già una propria dignità reale. Ma essa, o è in malafede o non sa quanto abbia bisogno cultura viva e circolante all'esterno di sé. Tanto che si potrebbe anche affermare l'inverso: e cioè che non è il poeta ad aver bisogno dell'Università, ossia di un gesto da parte dello Stato, quanto lo Stato ad aver bisogno dei poeti. E ne ha bisogno proprio per togliere di mezzo i Morgan.
Del resto l'Università stessa, senza poeti, cos'è? 
Garcia Lorca tenne lezioni all'università di New York, ma anche Calvino, proprio là dove Brodskij oggi ha una cattedra in letteratura russa.
L'UNIBO questo non lo ha capito ma forse un giorno lo capirà, quando i poeti usciranno con forza dalle soffitte ammuffite. 

Sempre a Bologna abbiamo anche il movimento dei "100.000 poets for change",il cui referente è Pina Piccolo, poeta, storica della poesia e militante della poesia , come direbbe Giorgio Manacorda, anch'esso morto come un poeta italiano qualunque ( D'altronde anche Giorgio Manacorda è un poeta, inserito ne l'Io che brucia, egli teneva un Annuario della poesia italiana che era una delizia, prima di andarsene in soffitta di sua sponte).
 I 100.000 poets for change sono un movimento creatosi nel 2011 su iniziativa di alcuni poeti e professori della Stanford University (Michael Rothenberg e Terri Carrion), ma a differenza dei loro colleghi universitari bolognesi questi poeti, critici militanti e professori della poesia credono nella possibilità che la poesia possa procurare cambiamenti sociali radicali ( http://100tpc.org/ ).
In Italia il movimento dei 100.000 poets for change-Bologna ha prodotto varie iniziative, tra cui il libro Sotto il cielo di Lampedusa annegati per respingimento (anno 2014). A questa antologia di circa 200 poeti anche il sottoscritto ha avuto l'onore di partecipare.
   
Ma se le case editrici soffocano i poeti, come succede ormai da molti anni, e nemmeno l'Unversità italiana riconosce loro un ruolo sociale, anzi dove è possibile lo confonde con la televisione (vedi sopra), figuriamoci come si comporta a questo riguardo la scuola dell'obbligo! 
La scuola dell'obbligo italiana, e penso alle migliaia di istituti delle medie e dei licei, potrebbe avviare una vera e profondissima rivoluzione in questo senso. Il rapporto tra il soggetto della poesia (il ricevente), in questo caso il ragazzo italiano, e la poesia, si forma proprio per grazia della scuola media e superiore. Il Paese intero muterebbe in poco tempo e radicalmente, se questo rapporto mutasse radicalmente. Nel giro di una o due generazioni la cultura viva e circolante che richiamavo prima sarebbe un fatto reale e stupendo. La poesia entrerebbe a far parte della collettività e del senso civile, di cui sarebbe un elemento vivo. 
Ma vediamo un esempio di alunno che riceve la poesia oggi nella scuola italiana. In terza media gli si chiede di imparare a memoria una delle poesie più brutte e meno riuscite di Giacomo Leopardi: Alla luna.


XIV - ALLA LUNA


O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l'anno, sovra questo colle
Io venia pien d'angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, né cangia stile,
O mia diletta luna. E pur mi giova
La ricordanza, e il noverar l'etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso,
Il rimembrar delle passate cose,
Ancor che triste, e che l'affanno duri!



Chi legge Alla luna sente che il linguaggio usato puzza di vecchio, che il verso invece di scorrere è pieno di intoppi come certi incisi inutili o troppo lunghi (né cangia stile; or volge l'anno; quando ancor lungo...), fino a quel capitombolo finale: l'ultimo inciso, lungo quasi due versi, che ci fa perdere il filo, e quell'epilogo tanto scritto male che proprio non ha senso: "ancor che triste, e che l'affanno duri!" Quale affanno? Ma il soggetto non era "il rimembrar delle cose"? Qui Leopardi commette un errore, ma la mestra lo rende diabolico facendolo perseverare nei secoli. Ecco dunque che questo finale, sebbene errato, deve essere imparato a memoria da migliaia di bambini, forse milioni, tra cui anche mio nipote Romolo che ha tredici anni d'età e che proprio non riesce a memorizzarlo. Il risultato vero è che un poeta può sbagliare, ma lo Stato italiano sbaglia ancora di più se costringe i propri ragazzi al disgusto per la poesia.

Abbiamo visto un palese caso di morte della poesia prima ancora che essa possa nascere nell'animo umano. Ma questo in Italia è un disastro comune tra tanti disastri simili, dato che D'annunzio e Carducci non sono letture meno errate sul piano del disgusto. Ed è un delitto fenomenale, se consideriamo che il popolo italiano ha più che mai bisogno di poesia, ma di poesia non vissuta con dogmatico rispetto bensì fresca, viva e comprensibile nella vita dei giovani italiani. Vi sono poeti freschissimi e anche divertentissimi come Raffaello Baldini (vedi la raccolta Intercity), oppure abbiamo il Pasolini di "Non caca ma babandogo" (raccolta Trasumanar e organizzar),e Ginsberg, Majakovskij, se vogliamo stare nella grande poesia mantenendoci però su un piano autodesublimante, beffardo, allegro.

I poeti che scendono dalle soffitte dovrebbero innanzitutto chiedere allo Stato italiano di rivedere i programmi di studio. Se fosse per me io farei volare i ragazzi. Li farei volare come uccellini, quali sono, facendogli beccare un pochino Dante, che ci vuole, ma allo stesso tempo comparandolo con Ezra Pound, che è un Dante moderno. Poi li farei volare sul grande Rimbaud, ragazzino anche lui, e sul surrealismo francese (Eluad, Breton, Apollinaire...), che è molto più intenso e vitale del nostro malinconico e depressivo surrealismo alla Palazzeschi e Gozzano. I nostri ragazzi li terrei lontano da D'annunzio, Marinetti e Carducci, e comunque opporrei al primo Dino Campana (il quale ci sorriderebbe dalla tomba!), al secondo Majakovskij e al terzo non la barbarie ma la dolcezza (Verlaine, Prevert...). E poi li farei volare, ma facendogli anche fare il nido, sulla forza della poesia del dopoguerra in Italia. Una stagione unica nel mondo! Si nutrirebbero di Ungaretti, del primo Montale, dell'ultimo Sereni, dell'ultimo Montale, di Saba, Rebora, Caproni, i dei tanti dialettali pieni di gioia di vivere che abbiamo avuto. E ovviamente tra questi avrebbe un posto d'onore Pier Paolo Pasolini, il nostro più grande rivoluzionario poetico, il nostro Rimbaud.
Ma in generale li farei migrare velocemente dal passato verso l'oggi, dato che il passato è passato da troppo tempo ormai, visti i salti culturali fatti solo nell'ultimo ventennio mediante internet, il video, etc.
E poi l'ultimo nido - ma che sia pur sempre una casetta temporanea, l'appoggio per una migrazione continua - glielo farei costruire a piombo sulla poesia in azione. Per un'esperienza potente invece che schifosa, proprio come all'Expoesia di Bilbao.








sabato 5 dicembre 2015

Omaggio alla beat generation



Omaggio alla beat generation verso una rivoluzione tutta italiana


Pier Paolo Pasolini è mio padre. Ma Allen Ginsberg è mio zio. Io sono convinto, ma questa è solo una mia congettura, che quando mio padre ha conosciuto mio zio, suo fratello, questa conoscenza abbia impresso alla sua poesia un cambio quasi totale. Ovviamente non sono qui ad analizzare mio padre, cosa che per molte ragioni non si deve mai fare, ma sicuramente nella sua ultima raccolta, Trasumanar e Organizzar, egli mutua dai poeti americani e soprattutto da Allen Ginsberg (la raccolta Urlo è del '56) un modo di essere evidentemente molto più sciolto rispetto a prima, cioè al Pasolini degli anni '50 (pensiamo ad esempio a Il canto popolare)
Il "più moderno di ogni moderno"supera dunque il suo pur progressivo ma vecchio sapere mentale e letterario (diventato più che stantio negli anni '60, con punte anche retoriche e moralistiche) per sposare un sapere e dunque un essere e uno stile in buona misura affratellato ai poeti beat. 
Il nostro essere moderni ci impone sempre una continua trasformazione, ma la modernità dei poeti beat, per un italiano vivente in Italia, si configurava sicuramente come una specie di ristrutturazione mentale. Tuttavia, per un uomo colto e moderno, la sola vera trasformazione possibile era quella, dato che la neoavanguardia italiana del "Gruppo '63" non era nulla in confronto al movimento della beat generation coi suoi poeti realisti, coi suoi musicisti impegnati, un po' come non fu nulla il marinettismo (che io smetterei di chiamare "futurismo") rispetto al futurismo russo e alla modernità di un Majakovskij o di un seppur ignoto Chlebnikov. 
Del resto Marinetti non ha inciso minimamente nella storia della lettaratura e della modernità dell'Uomo e se viene ricordato nei libri è soltanto perché gli storici sono fascisti anche quando non lo sono (qualunquismo), come tutti coloro che in Italia rivestono un qualche ruolo riconosciuto. 
Come racconta Roman Jakobson nel suo libro Una generazione che ha dissipato i suoi poeti, Vladimir Vladimirovic Majakovskij e gli altri futuristi russi si rifiutarono di ricevere alla stazione il nostro futurista, vate degli atteggiamenti più stupidi e retorici tra cui "la guerra come repulisti del mondo".

Una mattina di due anni fa nella casa di Pina Piccolo ad Imola, in una appassionata quanto oziosa chiacchierata di circa due ore che non scorderò mai, il grande romanziere e saggista brasiliano Julio Monteiro Martins mi contestò questo amore "beat" (da cui nasce, per fare un esempio chiaro, la mia videopoesia Alle nostre care facce di merda...- fruibile in questo blog). 
"La beat non esiste più, inutile accanirsi, la poesia, invece, esisterà sempre" diceva il grande romanziere consumando la sua colazione di panini al formaggio e salami. Ma mentre la pioggia scendeva fitta e seria su Imola e il nostro Martins era al quinto sandwich, io gli obiettavo con veemenza e amarezza tutto il mio scetticismo sostenendo che la poesia era già morta, o comunque era diventata roba da fantasmi e che solo una rinascita della poesia beat (in realtà mai nata in Italia) poteva forse, dico forse, rappresentare un estremo atto di vita poetico, anche fosse solo per via di una respirazione bocca a bocca. Ma per quanto potevo essere realista, da poeta non avrei mai potuto scrivere il necrologio della poesia, proprio come il seppellimento dell'agricoltura non dovrebbe mai venire per mano del contadino - lo dico mentre penso a un video sulla vendita di terre romene ad aziende straniere, dove un contadino romeno recita sulla simbolica bara dell'agricoltura ( vedi in questo blog il post Salviamo la Romania).

Se Martins aveva torto ed io ragione non potremo forse mai scoprirlo, tuttavia, contro la morte della poesia io persevero nella mia strada e con la poesia in azione mi pongo sulla linea di mezzeria, nella dirittura di una possibile rivoluzione sociale e poetica da darsi in Italia non come poesia totale (Adriano Spatola ieri) né come poesia museale (Nanni Balestrini oggi) ma come una posizione d'impegno di cui il verso, l'immagine, l'urlo, la musica, il ritmo, il gesto, se usati come armi polemiche verso nemici concreti e ben individuati, possono diventare una stupenda azione rivoluzionaria. 

In omaggio alla beat generation ho creato questa videopoesia su alcuni versi di Burroughs e, soprattutto, di Allen Ginsberg. Ne sono poi seguite "azioni" video-performativi svolte sia nella rassegna cinematografica MiniarenaPigneto dell'ass. Alphaville (i grandi Patrizia e Pino!) sia in diversi locali di Roma. La parte audio è stata da me resa in loco in vivavoce. 



Alle nostre care facce di merda

Alle nostre care facce di merda e alla società sfintere

Roma sud:
Vedo il giovane del Bangladesh mano nella mano con l'amico, per le vie di Torpignattara.
Una visione di soggetti puri.
E lo vedo sorridere mentre inietta benzina, ed è sempre lui, se stesso, puro.
La Tangenziale Est è invece una visione totalmente impura.  
Etc. etc.
E lo vedo anche mentre passo davanti a un phone center adattato ad alimentari, tra amici cupi, tra sacchi di riso, sempre meno vero, confabula un destino borghese, mentre fuma sigarette italiane. 

Roma nord: 
E vedo dog sitter neri, per lo più dello SryLanka, che accompagnano cani bianchi - nella civiltà italiana del momento ovvero nella civiltà dei cani ( dico senza ironia), il primo diritto spetta al cane, poi alla persona. Tant'è vero che qui il cane ha il diritto di spedire in carcere chi lo maltratta, ha il diritto di mangiare ogni giorno, ha il diritto di abbaiare senza censura (guai a rimproverarlo!), ha il diritto di passeggiare o anche di essere completamente libero, ha il diritto di pisciare su tutto (guai a rimproverarlo!), ha il diritto di fare la toeletta, etc., mentre la persona che lo bada non ha il diritto di vivere senza il permesso di soggiorno (circa 25.000 immigrati morti nel mar Mediterraneo dal 1982 ad oggi), non ha il diritto di mangiare senza lavorare (chi gli darebbe un piatto di minestra?), non ha il diritto di parlare (se parla viene maltrattato, se tace viene maltrattato), non ha il diritto di passeggiare, di essere libero (avete mai visto un immigrato passeggiare per il centro della città o non avere impegni?), non ha il diritto di essere pulito e sano ( "l'immigrato puzza" , "l'immigrato porta microbi"). 
Insomma, l'italiano medio considera l'immigrato a un rango più basso del cane.    

L'immigrato non ha il diritto di non essere utile. 
Quando non serve un padrone serve benzina o serve ai semafori o serve ai tavoli e spesso fa tutte queste cose insieme. Ma io l'ho visto puramente (forse con la stessa quota di purezza con cui lui mi si è manifestato) e così gli ho riconosciuto il centro di questo nostro piccolo mondo italiano di cui egli è il vero centro, come chi porta il peso di un pesantissimo piccolo mondo mediocre sulla sua prima vertebra, là dove l'italiano medio non vuole vederlo, credendo quel posto suo di diritto. 

Alle nostre care facce di merda e alla società sfintere - videopoesia
https://youtu.be/S9Z4k4XfehU



To our dear faces of shit and to the sphincter society (english version)
https://youtu.be/2Gcs_Yc9ekk


alcuni versi dedicati ai ragazzi bangladesi di Roma:

Il pischelletto      ছেলে



Il pischelletto del Bangladesh al semaforo:

সিগনাল এ বাংলাদেশের একটা ছেলে

la dignità dell’Uomo ancora nel mondo.

মানুষের মর্যাদা এখনো পৃথিবী

Io so-no Ro-ma tr-e me-si*

আমি রোম এ আছি তিন মাস দরে

e gli verdeggia il marrone del viso

এবং বাঁক সবুজ বাদামী মুখ

e il sorriso , nella miseria, è più bianco;

এবং হাসি , দরিদ্র , আর অনেক সাদা

i capelli d’un nero lucente, gli occhi vivi

চুল চকচকে কালো , উজ্জ্বল চোখ

e dietro le spalle ossute lo Stato.

এবং তার চিকন শরীরের পিছনে একটা রাষ্ট্র

A piazza S. Giovanni in Laterano

বর্গক্ষেত্র S. Giovanni in Laterano

lo Stato Democratico e quello Cattolico

গণতান্ত্রিক রাষ্ট্র ও ক্যাথলিক

si tengono per mano.

দুই দলের এক মাথা

A piazza S. Giovanni in Laterano

বর্গক্ষেত্র S. Giovanni in Laterano

tutti sanno che c’e’ la Bibbia e i Vangeli,

সবাই জানে বাইবেল ও গসপেল

i diritti dell’Uomo e del Cittadino,

মানবাধিকার এবং নাগরিকতা

la Costituzione della Repubblica

প্রজাতন্ত্রের সংবিধান

e tutti i Codici e le leggi vigenti.

এবং সব কোড আর আইন আছে

Ma i suoi amici più anziani di lui

কিন্তু তার বন্দুরা যারা অনেক পুরোনো

mi schivano, aspri e paurosi.

তার তেকে দুরে সরে যাই , তিক্ত এবং ভীতিজনক

Forse conoscono il Vangelo del Reale

মনে হই ওরা জানে ধর্মবাণীর বাস্তবতা

per cui immigrare è sia un reato

যার জন্য মনে করে অভিবাসন একটা অপরাধ

che un peccato mortale, mentre lui,

এবং একটি মরা পাপ, তিনি যখন,

dal suo Vangelo interiore, ci sorride

তার থেকে ধর্মবাণী অভ্যন্তর , হাসি

come fossimo turisti, noi Padroni.

আমরা পর্যটকদের হলে , আমাদের কর্তা
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                                                                                                                   * io sono a Roma da tre mesi


                                         
  

traduzione dell'amico Deepu
bangladese di Sicilia.

Se volete leggere il seguito di questa poesia o usarla scrivetemi
                poetainazione@gmail.com




***


Ed ecco le frutterie notturne della borgata

এবং এখানে ফলের দোকান রাত পৌরসভা

coi meloni accatastati e scalcianti 

বাঙ্গি সঙ্গে স্তুপীকৃত এবং সুস্থ ও সক্রিয়

su cui volano i sospiri dei bangladesi

যার উপর sighs উড়ে বাংলাদেশীরা এর

notte dopo notte mentre contano

রাতের পরে রাতের গণনা করার সময়

il denaro tra sacchi di riso e comprano casa

টাকা চালের ব্যাগ মধ্যে এবং একটি বাড়ি কিনতে

e notte dopo notte diventano borghesi.

এবং রাতের পরে রাতের হয়ে বুর্জোয়া

Ma non sono e non saranno mai come noi.

কিন্তু তারা না এবং কখনও হতে হবে আমরা হিসাবে .

Per valori immateriali scolpiscono nell'onore, 
 
জন্য মান সম্পদ খুদা সম্মান

stringono patti , propongono pericoli meravigliosi, 

pacts না , বিপদ অঙ্গবিন্যাস বিস্ময়কর

hanno cravatte povere, mogli ricche di colori

বন্ধন আছে দরিদ্র , স্ত্রীদের সমৃদ্ধ রং

e con occhi senza droga vanno nella domenica festosi.

এবং চোখ দিয়ে মাদক মুক্ত সূর্যের মধ্যে হাঁটা উল্লসিত
                                            

                                                                                                                                 traduzione di Deepu




***

In questa piazza Vittorio

che trionfa di palme italiche,

۔ non indiane ۔ e deride

l’indiano che dorme nel prato

anni fa

ho sposato il Bangladesh e,

convocato anch’io come l’immigrato,

ho portato rose rosse

ad un mondo falsamente celestino.



Oggi sono più raffinato,

porto un verbo più carico

di allora, porto guerresco il papavero

raccolto sulla via Casilina.




martedì 1 dicembre 2015

L'Italia nel senso della morte umana



L'Italia è, nel senso della morte umana, uno dei paesi più a rischio, dato che ciò che l'ha sempre contraddistinta nel mondo è stato proprio il tasso di umanità e di vitalità, contro le più razionali e intellettuali Germania e Francia, tanto per fare degli esempi. Noi non abbiamo avuto i Descartes, i Voltaire, i Rousseau, così come non abbiamo avuto i Kant, i Marx e i Freud, ma le nostre rivoluzioni sono state soprattutto nella forza di saper creare vita. Una vita irradiata da migliaia di sentimenti dalle infinite sfumature, che hanno prodotto speranze, ansie di giustizia, di riscatto, come nel dopoguerra. E dunque hanno prodotto una delle migliori civiltà, in quegli anni di ricostruzione. Una civiltà irrorata da spiriti capaci, cuori gonfi di amore per il popolo, intellettuali dolcissimi. Da Vittorio De Sica a Fellini, da Sciascia a Pasolini, da Elsa Morante a Calvino. Un popolo che pur nel disincanto si lasciava incantare e guidare da questi maestri, sebbene la maggioranza sia sempre stata molto attratta dalla retorica del potere.          
Oggi c'è Camilleri, non c'è Sciascia. I De Luca partecipano a Le invasioni barbariche e non sono indignati e amareggiati neanche se il Paese crolla davanti ai loro occhi. La loro calma vita tra le macerie è comunque una vita di scrittori ben ricompensati con onori. I poeti affermati sono tutti puri come dei piccoli Petrarca e compiono anche la prolusione ufficiale al tricolore, se li fanno senatori.
E tutto questo mentre il Paese crolla e la guerra incombe. I missili sono silenziosi ma colpiscono ancora meglio le nostre menti energicamente putride. Il pus invade le televisioni, i giornali, e ormai sta sporcando qui e là anche internet. Le tracce di sangue che duemila anni fa imbevevano le pietre di travertino del Colosseo oggi non sono più visibili, ma la propaganda del potere è dappertutto e ci costringe allo spettacolo della nostra morte, ognuno secondo le proprie abilità. Chi si annienta davanti al televisore, chi nella droga, chi nel fitness, chi nei social network, chi nell'eros, chi nel lavoro, e spesso queste dimensioni coincidono tipicamente, secondo quel canone di unidimensionalità conformista suppurato naturalmente da una civiltà costruita sulla morte, fabbrica di morti. Chi fischietta o canticchia più per le nostre vie? Eppure non ci troviamo nelle metropoli USA, o a Berlino, o in altri paesi simili dove non conoscono la parola "vicolo" e non conoscono la parola "passeggiare". Se a Berlino dici che vai a fare una "spaziergang", che sul vocabolario tedesco c'è e io ricordo che nell'anno 2007 me ne sono avvalso spesso ( io che amo passeggiare per le città sensualmente e arrogantemente, alla maniera del flaneur, del bohémien, e cioè secondo un planare che è come un baciare coi piedi, infilando gli occhi ovunque, nei portoni, nei bar, nelle vetrine, e salutando le persone, fischiettando alle strade, prendendo la città come viene, con il destino a farmi da cicerone, etc. ) - ebbene difficilmente troverete un tedesco che comprenderà questa sua parola. Piuttosto ti risponderanno: sí ma dove vuoi andare? Quale obiettivo hai?
A Berlino non ci sono vicoli, non c'è oscurità secolare, non c'è incrostazione storica, tutto è sempre troppo cronistico, corrente, moderno, e dunque privo di riferimenti (valori). Mentre l'Italia è piena di vicoli fatti per fischiettare. Ed è piena di croste, come le chiamano gli addetti alla rimozione di certe immondizie. 
Molto più che in altri paesi in Italia gli elementi della storia, e cioè le domande e le risposte su "chi siamo", si manifestano all'improvviso, imponendosi alla nostra osservazione e impegnandoci, potenzialmente, di pensiero. Ovviamente è un pensiero che non c'è, che non viene concepito o non viene svolto dagli italiani medi, i quali sono una maggioranza di idioti, cioè sono letteralmente incapaci di pensare o lasciar crescere un pensiero. Il quale, se non altro, è potenzialmente quello di svolgere una considerazione di rsponsabilità sulla nostra storia, dunque su chi siamo. Seguire tale pensiero significa ovviamente iniziare a conoscere, prendere in mano un libro, due, tre, e vuole dire quindi passare ore e ore in lettura, magari andare in biblioteca, prendere appunti, trascrivere, fotocopiare, etc. 

Molto probabilmente, a un certo punto, chi è medio potrebbe diventare migliore, con una mente in espansione e non in atrofisia, con una coscienza sempre più sensibile, una percezione sempre più capace. Solo su questa base si possono sviluppare un buon tasso di umanità e una buona salute mentale, mentre nella privazione di strumenti conoscitivi e autoconoscitivi l'uomo medio è come un corpo privo di nutrimenti essenziali. Ed ecco che, su questa base, un popolo sempre più vero, umano, capace e mentalmente stabile assumerebbe il posto di questa borghesia media in via di decomposizione di cui un po' tutti facciamo parte (essendo virale). 

Penso questo rapportando gli italiani a popoli quali i romeni, i bulgari, i croati e i bosniaci che ho conosciuto da molto vicino. Questi popoli, visti sorprattutto nei loro paesi d'origine, manifestano ancora una base umana eccellente. Il tasso di cultura scolastica e generale è discreto, rispetto a un tasso di depressione, droghe e sucidio quasi inesistenti. La nostra borghesia media è invece una pustola di ignoranza ottenuta con i crediti e con i punti, una crosta di immondizie televisive stratificata nei decenni della tv prima commerciale e poi pubblica, un bubbone di movida suppurante per i ventenni e per i giovani cinquantenni; è alcool fluente per distrarsi dal disimpegno, è sale bingo per i poveri, per gli ultimi operai astiosi e indebitati per stare al passo con il consumismo. 

E poi ci sono i tanti provincialismi e campanilismi, tutta una secrezione di odio, chiusura mentale, razzismo sempre più infetta e contagiosa. Ma lo è soprattutto in questo Paese, dato che altrove i connazionali non si scannano come facciamo noi. Ma anche questo partecipa di quella mancanza di strumenti-nutrimenti che dicevamo prima e che nel tempo ha trasformato l'ignoranza in una perversione tutta italiana, con tratti tipici (li trattiamo in questo blog). 

Perversione è l'ignoranza borghese nutrita di cattiveria e idiozia da decenni.    
Su questa base bruciata, dove non c'è pensiero né cuore, quale Italia d'arte, quali virtù e talenti e geni possono germogliare? Penso alle grandi cose del passato che pure nel più piccolo centro di questo Ex Grande Paese affiorano all'improvviso al nostro passaggio. Le tante colonne annerite sotto i portici ottocenteschi, gli acquedotti di pozzolana rosa che al tramonto s'incendiano e di mattina sembrano trasparenti come acqua. E penso a miliardi di palazzi brulicanti di statue, di decori sottili, paraste, volute, edicole, rosoni... quanti nomi di elementi che sono lì per noi ma noi non ne sappiamo niente o pochissimo. E non c'è bisogno di entrare in una chiesa per sapere quale ricchezza di strumenti-nutrimenti abbiamo tra le mani, quanti pittori e scultori hanno dipinto e scolpito per noi, pensando a noi. 

Ed io non possono non pensare a loro.
In questo momento sto pensando a due beffardi telamoni napoletani, due omoni muscolosi ma anneriti dalle croste che sulla via che spacca Napoli ci prendono in giro sorreggendo per finta due o tre piani di palazzo; e penso a quella fontanella muraria che in un vicolo di Roma sputa un cannellino d'acqua da una faccia allegra. Ma la lista della nostra memoria è lunga e ognuno di noi può aggiungervi elementi. 

E penso a un frammento marmoreo che pulsa da sotto la calce in muro di Scurcola Marsicana.  Dal muro più misero e scabro di un paesello fantasma, quel filo di marmo che traspare nella calce, seppure per una ragione ignota, sta tuttavia nella Storia. Ed è così che la sua realtà ci impone, con la sua sola presenza, un pensiero cosciente, responsabile. Ma che non può essere solo un pensiero fugace, no, io sento che quel frammento di storia ci chiede un gesto permanente. Per il valore stesso delle cose, per la loro realtà, per la loro poesia, ci viene chiesta un'azione di valore, e, in un certo senso, di poesia. 

E' questa la grandezza italiana. Un fatto crostoso, che portiamo senza volerlo sulla pelle. 
I restauratori le chiamano "croste nere" e le rimuovono con bisturi e impacchi, buttando tutto nell'oblio della loro azione priva di storicismo (Cesare Brandi, il maestro del restauro italiano, sul piano storicistico era una nullità e sul piano dell'azione un puro teorico). I restauratori si professano rispettosi di una patina storica che ovviamente non è possibile rispettare agendo con il fine di "restaurare", che significa riportare un oggetto all'integrità originale. Quella crosta di marmo, sale, sole, pioggia e immondizia non è lì casualmente, e non è precisamente un deposito sulla pelle d'Italia, ma è l'Italia stessa, e non c'è integrità né originalità fuori da questa. Essa è l'acido delle nostre immondizie ma anche il valore dei decenni, è l'italiano della pioggia ma è anche l'italiano del sole, quello che ama godere. 
L'acido delle vite medie è una sostanza simile a questo miscuglio, a cui neanche il cuore dei telamoni più furbi e indifferenti si salverà. L'acido delle nostre immondizie, il sale delle nostre droghe, i gas dei mass media, le scorie dei politicanti, le polveri del consumismo, tutta una vita inquinata, ed è questo che dà colore alla crosta. La nostra responsabilità è in questa teoria e in questa azione e senza assumerla si resta annichiliti. Ma come dobbiamo intervenire? 

Vedo le nostre città sovrappopolate e i nostri paesi svuotati, e vedo i villaggi coi fienili della Romania che amo, quella non cittadina, dove i cavalli tornano alla stalla da soli. E vedo le belle città del Friuli, restaurate e verniciate come Pordenone, i cui fiumi però sono sporchi e cupi contro l'imperfetta igiene estetica di quei piccoli centri della Bosnia come Visegrad, i cui fiumi sono limpidi e magici. 
Vedo quindi l'ospitale Croazia dove abbiamo dormito (io e un mio amico) nel letto del proprietario, contro quell'Italia criminale che ovunque grida o sottace la stessa fobia anti-immigrazione (da Libero che titola"Islamici bastardi!" a Panorama che titola "Non passa lo straniero"). 
E vedo la Bulgaria dei giocatori di carte e della marmellata di rose, contro questa Italia del burraco on line e dei "quattro salti in padella". 

Tuttavia, qui, se c'è, c'è un manipolo di pescatori siciliani che salvano i naufraghi immigrati e li accolgono in casa, contro l'Italia delle leggi anti-immigrazione. 
Qui, se c'è, c'è un romano che fischietta in modo così potente che sembra risarcire la mancanza degli altri. E quel napoletano che ancora pensa al teatro; e forse, sempre se c'è, c'è anche un poeta nuovo, da qualche parte, che sta mettendo in poesia tutto questo, e così affila i coltelli che serviranno.
In questa Italia c'è sicuramente qualcuno che ancora la fa splendere, nei bassifondi della realtà, nella storia dei piccoli gesti, nell'azione carica di umanità, contro la stasi che ovunque domina, contro il genocidio silenzioso che si consuma nel Grande Stagno. 
Una qualche traccia d'Italia, se c'è, è nel sangue nuovo dell'immigrato sorridente e calmo, di suo figlio che cresce come un nuovo italiano; e a volte questo nuovo italiano è anche un nuovo poeta (basta vedere quanti "scrittori migranti" stampano stabilmente in Italia e di conseguenza rifiutano la definizione qui virgolettata).  E sul piano della poesia italiana non scritta ma incarnata è il giovane immigrato puro che dà se stesso nel cuore d'Italia. 
Vedo l'arabo nella frutteria (il mago fruttarolo), vedo il bangladese dietro le fette di cocomero o dietro la caldana delle castagne (poesia tutta romana).

                                                       continua nel post successivo


    
All'Italia Iª parte  

All'Italia IIª parte


domenica 29 novembre 2015

La poesia e la videopoesia (Nascere umani)

Era l'anno 2010 d.c. quando sono stato preso da una forma di poesia che si staccava dalla carta e dalla scrivania-camera-casa del poeta per darsi in modo nuovo e con maggiore determinazione verso il mondo, per mezzo di immagini in sequenza e della mia voce, tramite il media di internet e "azioni di poesia". Sembra passato molto tempo da quel 2010 d.c., ma se è così per me, in quanto essere vivo, non lo è per la morta Italia.Uso il riferimento al calendario cristiano solo per sottolineare l'importanza del tempo, dato che, essendo io un essere spirituale, detesto naturalmente ogni religione costituita.
Il riferimento temporale ci serve a pensare: un'intera storia di millenni è ormai trascorsa - fino al punto di non essere neanche più percepita... in questo Paese storicamente morto. Morto di una morte tutta italiana sebbene anche con regie e guide estere, come vedremo nel proseguo di questo blog ( ma chi vuole può disertare questa lettura e volare subito al mio video I demoni del denaro https://youtu.be/hFOSNHe4rNk)
  -   Il tema della morte italiana è il motivo di questo blog e lo argomenterò in modo più articolato e circostanziato possibile per mezzo di questo blog nato apposta per guardare tale morte in faccia e, possibilmente, distruggerla. Questa morte italiana è infatti il principio di tutto. E' la matrice di un italiano che non accetta di morire; che afferma la propria vita crescendo come feto da una madre assassina; che infine non mangia la propria vita come un comune cannibale italiano (l'italiano medio è un cannibale); che non divora dunque, da uomo, la propria sopravvivenza, da artista, la propria arte, ma cerca di forgiare nuova vita e nuova arte (da cui il nome di Poetainazione, nato "da una donna morta", come direbbe Pasolini).
Nel mio caso umano e artistico, questo italiano e poeta non morto dà luogo, nell'anno 2010 d.c., a una forma "nuova" di poesia e di azione: la poesia in azione. Ne tratterò qui, forse un po' ottimisticamente, come di una seconda vita, ma non sono proprio sicuro che lo sia. Per esserne sicuro dovrei essere sicuro di essere vivo, dovrei sentirmi vivo veramente e con prove alla mano; oppure dovrei essere giudicato da qualcuno che sia vivo veramente, ma chi lo è di voi?
Fatto sta che un altro poeta al posto di quello obsoleto del 1900 e degli inizi del 2000 è nato, nel tempo.
Siamo dunque tornati al tempo. Ma il riferimento temporale è comunque una convenzione, come lo è diventata quasi ogni cosa istituita in questo Paese. Lo stesso Stato italiano, la stessa democrazia, la stessa religione da cui ricaviamo il calendario e moltissime altre cose istituite di cui "viviamo" da decenni. Nel tempo della morte italiana molte cose sono diventate convenzionali, molte altre fanno troppo presto a diventarlo, e se volete seguirmi in questo viaggio macabramente chirurgico molte di queste cose le osserveremo e le discuteremo insieme, se vorrete controbattere. Il blog nasce naturalmente per questo, per tessere un dialogo. Solo con il dialogo possiamo inchiodare questo tipo di morte.
Ma dovete avere la forza di leggere, di concentrarvi, di pensare, di interrogarvi. E soprattutto dovete avere la forza di essere vivi.

Insomma, anche per poter dire che siamo morti dobbiamo collocarci nel tempo, riferirci a qualcosa di passato. In un momento privo di storia e traboccante di suggestioni pseudo-storiche provenienti da fonti infinite ( i primi esempi che mi vengono sono La lega con i suoi scudi crociati, i libri premiati al Campiello 2015, il film Vincere! di Bellocchio...), la mia intenzione non è certo di associarmi a questo falso. La storia non esiste più, è un'altra defunta in questo panorama di spicciola e squallida cronaca. Creare o aggiungere suggestioni in questo senso sarebbe come associarmi a una banda di delinquenti (politici, produttori, editori) o a una massa di nostalgici (gli elettori della Lega, gli spettatori immedesimati, gli scrittori premiati, i registi).
Tra le rovine dell'attuale civiltà italiana cosa si salva? Questa è certo una domanda sensata, a cui proprio la morte offre un senso, e nelle videopoesie che fra poco vedrete - con cui rinasce il poeta - c'è infatti la morte italiana ma anche la vita italiana, o meglio una forma di vitalità sopravvivente.
Nelle due videopoesie All'Italia abbiamo sia le rovine civili romane antiche sparse per l'Italia di oggi: gli obelischi, gli archi trionfali, i tanti monumenti, sia le rovine civili italiane odierne: la televisione, i vip, le banche, le merci. E abbiamo la nostra passata civiltà: contadini, pastori, operai, sottoproletari, insieme con altre forme di civiltà e vitalità definitesi in questi ultimi decenni: immigrati, clown dottori, figure grottesche di poeti ( il cui padre è forse Ginsberg?).

Ma tutto questo, alla fine, è come avvolto dalla nebbia, anzi, è parte stessa della nebbia. Anche le rovine più solide, infatti, se da una parte esistono e resistono quali esseri di pietra, da un'altra parte sono come sperse e spente, erose proprio in quel loro senso meno concreto che ci interessa di più: la nostra civiltà, la vita del nostro popolo, la verità della nostra gente, la nostra memoria, la nostra storia, la forza della nostra presenza. In tal senso queste rovine non sono più solide di quei fantasmi che vorticano sui sentieri di campagna, non altro che foglie morte e polvere sollevate dal vento. Una grossa nuvola di polvere è il Colosseo, e non è Paestum con i suoi mosaici e i suoi smangiati muretti rossicci più solida di un banco di nebbia. Tutte cose diventate convenzionali e nebulose, suggestioni obsolete, temporanee, quando ci spingiamo (a forza) ad ammirarle, a visitarle. Tutte rovine mantenute dai restauratori; altra parola obsoleta, figlia della restaurazione, amica della conservazione - ma cosa conserviamo se ogni tempo qui è morto? Conserviamo un valore artistico; per chi? per gli storici che compilano libri?. Teniamo un valore storico, per chi se la storia è caduta? Un valore simbolico, un segno; ma per quale simbologia, quella moderna?per quale semiotica, quella del consumismo?
E infatti ci accorgiamo, passata la visita, conclusa la passeggiata, scattata l'ultima fotografia, che tutto ricade nell'oblio di sempre, sia per i giapponesi raggruppati, sia per gli americani arrampicati sul monumento che urlano cheese, sia per noi che non siamo più una cultura diversa da quella, e forse, più di loro, non siamo più.

Nella mia immaginazione si determina tuttavia un parallelo tra il Colosseo coi suoi giochi antichi (i cristiani sbranati dai leoni) e le rovine della nostra civiltà attuale. Tra le pietre aride del Colosseo imbevute di sangue lucente( i cristiani spirituali, non ancora resi convenzionalmente aridi dal potere religioso) e la morte generale dell'Italia, in cui un potere più materialista, pratico e ignorante di quello romano domina oggi.

Nell'Italia del 2010 ho concepito così la mia prima videopoesia, Nascere umani.


Qualche notte fa
un poeta fecondato
nell'Italia feroce
è uscito dal testo.
Forse mostruoso
o forse solo naturale
ciò che è nato è qui,
da oggi stabilmente nel mondo.
Nei prossimi giorni vedremo altre
sorelle "Videopoesie"* nascere,
le acque ormai sono rotte!
Dalla notte
tenteremo prima di farle arrivare al giorno
poi di farle marciare,
infine cercheremo di farle volare.
Il vagito proclamato
dovrebbe crescere in poetica bestemmia,
se questa Italia non chiede altro che essere
bestemmiata.
E tutto questo affinché,
smessa ogni bestemmia,
finalmente ti potremo cantare,
Italia che non chiedi altro che essere
cantata.

Nascere umani - videopoesia (su youtube)https://youtu.be/SNmBvuR46jo

Born human - the videopoetry translated in english
https://youtu.be/L8QcW_T3np0

                                                                              NASCERE UMANI

         


Le "sorelle Videopoesie" (su youtube) sono queste:
All'Italia Iª parte -videopoesia
https://youtu.be/VyfSIFtzSbI

All'Italia IIª parte - videopoesia
https://youtu.be/-NZyHD90DZQ